In bocca un filo d’erba a pendere tra le labbra, Symonn stava seduto in silenzio contemplativo su una panchina ad osservare il nascere del sole in fondo alla valle che si estendeva incontaminata di fronte a lui, lungo il versante est della collina su cui era il paese.
Da ormai parecchie ore il ragazzo non cambiava di posizione, dopo aver passato in quel luogo gran parte della notte per raggiungere la panchina e quindi aspettare il magico e pittoresco attimo in cui il sole compare infine, quasi timidamente, al di sopra della linea dell’orizzonte.
Era ormai visibile per oltre metà della sua circonferenza, quando non poco lontano dal luogo dov’era seduto Symonn passò un vecchio contadino di ritorno dai campi, che incuriosito si avvicinò alla panchina con l’intento di rivolgere la parola allo sconosciuto ragazzo.
- Cosa ti porta da queste parti, in questi orari, giovane? – esordì il vecchio.
- Sono salito dalla città, nella tarda serata di ieri, per giungere fin qui e cercare un luogo adatto ad assistere al sorgere del sole, finalmente lontano dalle luci della civiltà, che infine ho trovato in questa panchina.
- Che bizzarra cosa! Hai camminato per delle ore solo per venire a vedere da qui l’alba, uguale ogni mattina da Dio sa quanti anni? – ribatté così il contadino, con ancora il fiato corto dal lavoro.
- Per quale motivo consideri il mio gesto bizzarro, inutile? Forse che, a tuo tempo, già hai assistito a tante meraviglie, i cui ricordi ancora li serbi in cuor tuo?
- Che, scherzi? Non ho mai avuto desiderio né tempo per queste sciocchezze, io! Fin da quando ero bambino ho iniziato a lavorare i campi, prima per aiutare i miei genitori e poi per portare in tavola il cibo per sfamare i miei figli. Ti ripeto, queste cose vanno bene per i fannulloni come te, come son tutti i giovani d'oggi!
Con il sole ormai completamente sorto, Symonn sembrò ponderare attentamente la risposta da dare al vecchio contadino, ora seduto anch’egli e con lo sguardo perso oltre l’orizzonte.
Passarono alcuni minuti, e il giovane riprese il discorso là dove era stato interrotto.
- Vedi, anziano signore, io probabilmente non sarò temprato da numerosi anni di lavoro, non avrò conosciuto il valore del sudore di una fronte di un figlio prima e di un padre poi, probabilmente mai mi sentirò chiamar ‘papà’, eppure sono qui, ugualmente felice e non meno vuoto.
- Cosa intendi dire? Spiegato meglio, ragazzo – fu la risposta del vecchio, ora incuriosito.
- Intendo dire, caro compagno, che fin da giovane mi sono sempre interrogato sui significati da attribuire anche ai più piccoli ed insignificanti gesti dell’uomo. Sulla caducità di ogni aspetto della nostra vita. E, ti confesso non da lungo tempo, ho abbandonato tutto ciò che possedevo, lasciato la mia famiglia e mi sono liberato da tutto ciò che mi era caro per mettermi in viaggio, per trovare finalmente me stesso. Non mi aspetto che tu mi possa capire, e ancor meno comprendere, ma semplicemente ho rifiutato un posto nella società che tutti conosciamo: non mi sentivo soddisfatto del nobilitante lavoro, non provavo felicità nell’acquistare qualche oggetto costoso, non gioivo per i piccoli gesti che fanno normalmente un uomo felice.
- E cosa speri di ritrovare nei tuoi viaggi? Cosa significa, che ricerchi te stesso?
- Ricerco la felicità in singoli fugaci momenti, immagini statiche o in movimento che il Mondo offre a noi, ma che sempre siamo troppo occupati a far quadrare i conti che mai vi prestiamo attenzione: come nel naturale sorgere del sole, che tu poco fa hai definito ripetitivo e non degno d’attenzione particolare, io ritrovo me stesso, e anche solo per quell’istante sono felice naturalmente, senza bisogno di artifici umani. Come che sentissi più vicino Dio, e più distanti gli affanni terreni.
- Dio! Dov’è Dio quando ve n’è invece veramente bisogno!?
- Vecchio amico, proprio non sono la persona adatta a portare il peso di una risposta simile. Non sono certo ciò che la Chiesa terrena definisce una pecorella di Dio, ma ciò di cui sono convinto è che il Signore ha lasciato a noi uomini un mondo già di per sé completo, idoneo alla vita e alla sopravvivenza della nostra specie, che invece noi nel corso dei secoli abbiamo sempre più deturpato, credendo così di poter semplificare la nostra esistenza, ma anche allontanandoci irrimediabilmente dalla Natura e dalla creazione originaria di Dio. E tutti quanti, ora, sono convinti che basti invocarLo per far sì che i problemi si risolvano e i conti quadrano, quando non hanno capito quanto sia inutile cercare di scomodare Dio per tanto futili motivi e quanto invece sia semplice sentirLo e trovarLo vicino a noi, riscoprendo solamente quel che resta del Suo dono a tutti noi.
- Mah, non so nemmeno io perché ancora sono qui a perdere tempo con te, ennesimo giovane scapestrato! Guarda, il tuo sole è già alto in cielo, gli animali aspettano il cibo e noi siamo ancora su questa panchina a fare discorsi assurdi! Comunque, che intenzioni hai? Cosa pensi di fare, ora?
- Mi fa piacere tu me l’abbia chiesto: in giornata vorrei ancora rimanere qui, visitare la valle circostante il paese e quindi nuovamente fare ritorno domani mattina. Nuovo amico, mi faresti compagnia, per poi infine salutarci?
- Si si, può darsi che mi fermi nuovamente qui mentre rientro verso casa – fu l’evasiva risposta del vecchio mentre, già distratto, guardava verso le case.
Così si salutarono, e il contadino si alzò diretto in paese, probabilmente dalla moglie e dai figli che attendevano il suo arrivo per poi pranzare, mentre Symonn si incamminò verso la valle, curioso di scoprire cosa potesse nascondere quell’infinita distesa verde, all’apparenza ancora vergine.
Passarono così le ore, con il giovane immerso nella natura primitiva, e infine giunse la notte, con il conseguente ritorno alla panchina, dove si assopì.
Fu un sonno tranquillo, beato, con i capelli scompigliati dall’aria d’altura, fin quando alla stessa ora del giorno precedente si destò, pronto ad aspettare e il tramonto e il contadino. Ripensando al conversazione avuta con il vecchio, si sentì particolarmente soddisfatto di se stesso e felice di aver avuto l’occasione di illustrare la sua visione del mondo, speranzoso di aver aperto gli occhi ad un uomo ormai alla fine dei suoi giorni, di averlo redento. Ma quando, a giudicare dall’altezza del sole alla stessa ora del giorno prima, Symonn scorse la sagoma di un uomo risalire il pendio del colle, quest’ultimo proseguì verso il villaggio senza degnare nemmeno d’uno sguardo il ragazzo, che anzi lo sentì urlare e bestemmiare contro un cane di un compaesano che non smetteva di abbaiare, quasi che cercasse di fargli deviare traiettoria.
Fu grande la delusione del ragazzo, non tanto per se stesso quanto per la promessa non mantenuta dal vecchio e pure per la reazione così spropositata dello stesso nei confronti di un povero animale che, a modo suo, altro non faceva che esprimersi.
“Ma – fu il suo pensiero – come da piccoli gesti si possono ricavare grandi felicità, altrettanto è possibile che il risultato non sia che un pungente dolore, ma sicché nulla è per sempre, né felicità né dolori, altro non ci resta che guardare avanti, voltare le spalle a tutto, e cercare una volta e una volta ancora il prossimo insignificante attimo da vivere con tutto se stessi, senza porsi il problema se poi saremo soddisfatti e felici, oppure se ci farà soffrire.”
Con un ultimo sguardo di compassione all’ormai calmato contadino, Symonn si avviò a discendere la collina senza più volgersi indietro.
Assopito poco distante dalla Sua tomba, lo Scrittore non si accorge dei passi che, scricchiolando sulla ghiaia del cortile, si avvicinano velocemente a lui. Non presta attenzione nemmeno quando lo sconosciuto lo illumina con una torcia elettrice. E' come in coma. Il Guardiano è sempre più incuriosito da questa misteriosa creatura, quando nota l'evidente contrapposizione del suo viso: la bocca sorridente, e una guancia rigata da recente lacrime. Gli tocca e smuove una spalla, ma nulla. Lo Scrittore è pietrificato, gli occhi aperti a fissare una lastra di marmo, verso cui anche lo sconosciuto infine volge lo sguardo. Si tratta, nota, della lapide di una ragazza che risulta essere scomparsa ancora giovane, la vigilia di Natale dell'anno precedente. Era bella, il Guardiano deduce dalla foto. Con un vivace brillio negli occhi verdi, i capelli corvini raccolti dietro il capo, una bianca dentatura esposta in un raggiante sorriso e due piccole fossette sotto gli occhi, segno d'ilarità. E' sorpreso, l'Uomo, da quella inusuale situazione. Tenta per l'ennesima volta di farsi notare dalla figura accovacciata, prendendogli il viso tra le mani e girarlo verso di sè, quando, non appena toccato, emette un grido e, di scatto, arretra. E' freddo. Quasi che fosse stato contagiato, il Guardiano comincia a battere i denti, non ha idea di cosa sia successo in quel luogo solitamente troppo tranquillo, e spaesato arretra fin contro il muro, contro il freddo marmo delle palidi. Mai avrebbe pensato, prima di quella notte, di trovarsi a dover gestire un cadavere non già pronto e vestito, da sotterrare, bensì appena morto, e per di più in quella surreale situazione. Ma al contempo si scopre come attratto, affascinato da quella sua espressione dolce, tra il felice e il commosso, quasi che in fondo si fosse trattato di un pianto liberatorio. Che ora, ovunque si trovi, abbia raggiunto la beatitudine.
Così pensando, ripreso il controllo della situazione, il Guardiano riesce a rialzarsi, pronto a dirigersi a chiamare qualche autorità competente da informare, quando lo sguardo gli cade nuovamente sul volto della ragazza, e sul freddo marmo circostante. E scorge, a lato della foto, una scritta non ancora notata, quasi fosse comparsa d'improvviso: "Addio. Altro amore, ora non mi resta. Spero di raggiungerti, ma ogni caso sarò per sempre Tuo."
- Beatrice?
- Sono qui.
- Ma... allora esisti? Non sei mia invenzione?
- No, sono realmente qui.
- Eppur non ti vedo, come mai? Dovrei accendere una qualche luce!
- Non lo fare, ora non puoi capire, ma così facendo tutto morirebbe. Credimi, come hai sempre creduto in me: io sono ugualmente qui.
- Ma...
- Non ti chiedo molto: soltanto di non schiacciare quell'interruttore, di limitarti al dialogo, alla mia voce, e nulla più.
- Un giorno potrò sapere la verità? Potrò infine stringerti a me?
- Sì, un giorno non avrai più bisogno di quel bottone, di quell'interruttore, e allora sarai in grado di vedere distintamente la mia figura. Sarai in grado di capire.
- E nel frattempo?
- Fino ad allora tutto resterà così com'è in questo momento, come durante questi nostri discorsi. Non mi vedrai, a volte non ti accorgerai nemmeno della mia presenza, ma anche in questa oscurità, tanto ovattata, basterà solo pronunciare il mio nome, come hai appunto fatto poc'anzi, e io ugualmente risponderò.
- Ok, ho capito, però...
- Un'ultima cosa: non ti sentir al sicuro, illuminato da una lampadina, da una qualsiasi fonte di luce, di calore. E' una tranquillità fittizia, insoddisfacente: non inseguire i raggi di sole, il calore di corpi umani in una piazza affollata. Non ti rifugiare in un anonimo rapporto, per la sola paura della solitudine. Niente di tutto ciò è essenziale, ne puoi fare a meno, ma piuttosto quando senti per stai per cedere, per cadere in tentazione, spegni la luce, chiudi le finestre, e pronuncia il mio nome.
- Risponderai nuovamente?
- Sarò qui, te lo prometto. Credimi.
Sentir lo squillìo di un anonimo telefono
Ed internamente sorridere
Lieto per altrui felicità,
Sicchè ormai privo di sentimento
Possa ancor mantenere viva
La fiamma dell'Amor che fu.